La luce prima della luce

La divinità è certamente anteriore alla luce”
[Alda Merini]

La luce prima della luce
scritto sui dipinti di Miriam Pace

Dal fondo emerge la città, la sagoma impettita, il profilo –quasi volto- di un adolescente: non sappiamo niente di loro e non sappiamo perché proprio loro ci appaiano così inconfondibili. E’ un piccolo miracolo dell’arte: rendere noto e familiare qualcosa di mai visto prima eppure così conficcato nell’anima da dirci “sono sempre stato qui”. La creazione artistica è trasporto, traghetto verso significati improvvisi come isole nella nebbia, come foreste avvolte dalle tenebre irrimediabilmente ferite dalla luce ultra-rosa di un’alba.

Questo gesto pittorico è un inseguimento senza coordinate o, meglio, un’auto-immersione, un’azione di scavo consapevole ma dai risultati stupefacenti anche per l’autore. E’ l’avverarsi di un ritrovamento inatteso, pur se a lungo perseguito, una sospensione di veridicità all’avvicinarsi di ogni forma verosimile.

E’ uno stato di grazia che si consolida su tela, tra strato e strato di colore, tra graffi e striature, nel crackarsi di una vernice di finitura, a cui si giunge per sottrazione: l’autrice ci mette vari passaggi a ritrovare un tessuto pittorico scarnificato che la soddisfi, o meglio, che la stupisca con l’improvviso apparire di una sagoma (ri-)conosciuta, ma lo stupore è figlio di un’intenzionalità spinta non di casuale sversamento di colore sulla tela. Questo “gioco a togliere” finisce infatti per “aggiungere” visione prospettica e tridimensionale pur senza ricorrere alla classica stratificazione materica dilagante, non meno che banalizzante, di tanti artisti contemporanei. E attrae l’occhio di chi guarda come dentro ad una fessura luminosa nella quale ci s’imbatte inaspettatamente, una luce ipnotica e spesso negata, una fuga liquida, una luce prima della luce. Un presagio di Divino e di Altro.

J.P. Cardiel